Il tempo e la psiche: riflessioni su un difficile presente
Articolo di Veronica Pachera.
Vivo a Milano da molti anni ormai. Ci sono aspetti di questa città che per la ragazzina di provincia che è dentro di me esercitano ancora un fascino misterioso; l’impressione (o forse l’illusione) di stare a contatto con una realtà in continua trasformazione, un punto geografico dove il cambiamento è rapido e costante, come se da qui si potesse prendere il polso al mondo in divenire. Non fraintendetemi, non è sempre stimolante e appagante ma, se vogliamo superare la solita retorica per tentare di comprendere, dobbiamo spogliarci da facili pregiudizi e metterci all’ascolto. Milano ha molto da dire su come la nostra società interpreti oggi una delle categorie esistenziali più complesse e affascinanti: il tempo. Il vertice di osservazione, come psicologa, non può che allontanarsi da una concezione del tempo quantitativo, oggettivo, misurabile, quello delle lancette dell’orologio per intenderci, per provare ad interrogarci sul tempo come dimensione psicologica e soggettiva. Insomma, ci chiediamo: quale esperienza facciamo del tempo? Concedetemi, a questo punto, un piccolo balzo nel passato. I greci concepivano il tempo in maniera ciclica; il loro modo di scandire il passare del tempo era quello della circolarità, del susseguirsi delle stagioni, dell’eterno ritorno. Nulla si attende se non il riproporsi di qualcosa che è già stato, che deve ritornare. Questo particolare modo di vivere il tempo non ci appartiene più: l’evoluzione del pensiero ci ha condotti verso una concezione del tempo lineare, che si dispiega in una continuità senza fine, un tempo dove il passato è obsoleto e il futuro è rivolto al costante perseguimento di un obiettivo.
Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ha radicalmente trasformato il nostro rapporto con il tempo e i suoi imperativi. Possiamo avere la cena del ristorante direttamente a casa in pochi minuti, visitare un sito archeologico dall’altra parte del mondo senza spostarci dalla scrivania e possiamo anche fare la nostra seduta settimanale di psicoterapia semplicemente con un click. Bello, no? Senza ombra di dubbio. Tuttavia, non possiamo fare a meno di chiederci fino a dove ci spingeremo per non “perdere tempo”? E, soprattutto, cosa facciamo poi del tempo “risparmiato”? In maniera del tutto paradossale, sembra che questo enorme sforzo finalizzato all’ottimizzazione delle 24 ore che abbiamo in dono ogni giorno, conduca poi, inesorabilmente, a nuove richieste, nuovi bisogni di razionalizzazione. A volte sembriamo davvero impegnati in una corsa contro il tempo. Le cose da fare sono tante: lavorare, curare il corpo, stare in famiglia e con gli amici, il weekend in montagna, quella nuova mostra da visitare. E il tempo sembra non bastare mai. Questa incessante proiezione in un futuro fatto di obiettivi da raggiungere, oggetti da possedere, esperienze da consumare più che vivere pienamente, ci dà la dimensione della voracità con la quale ci accostiamo al nostro tempo che rischia di inghiottire pure una possibile prospettiva di senso.
Provo a spiegarmi meglio portando un esempio della mia personale quotidianità. Spesso mi capita di fare la spesa in orari in cui il supermercato sotto casa è particolarmente affollato. Mentre mi faccio strada tra gli scaffali mi trovo a sperimentare una certa frustrazione, quella sensazione di insofferenza per il fatto di dovermi sottoporre alla presenza e alle esigenze di altri che possono rallentare il mio percorso verso casa, la preparazione della cena e finalmente il meritato riposo a fine giornata. Poi, non senza sforzo, cerco di dare ascolto a quella voce che si fa sentire nella mia mente che mi ricorda che ho sempre amato fare la spesa; ho una passione per i supermercati e i mercati, con i loro colori e odori. Mi piace osservare da lontano quella signora, avrà sull’ottantina, che si ferma sempre a parlare con il salumiere, non senza scatenare gli sguardi di disappunto delle persone in attesa di essere servite. Si devono conoscere da anni, penso, e forse da anni lui le prepara con cura quell’etto e mezzo di prosciutto cotto rigorosamente tagliato sottile, come piace ai suoi nipotini. Mi ritrovo così a pensare a mia nonna, a quando ero piccola e mi portava con lei durante il giro delle commissioni mattutine. Anche lei amava il prosciutto tagliato sottile ed è forse grazie a lei che amo tanto fare la spesa. Così, a poco a poco, rallento il passo, mi faccio suggestionare di nuovo dai colori accesi della frutta fresca, osservo quasi con stupore la varietà impressionante di yogurt presenti nel banco frigo. Non basterebbe una vita per provarli tutti. Improvvisamente la frustrazione è dimenticata e tutto sembra scorrere al ritmo della musica nelle cuffie. Non so bene cosa dovrebbe spiegare questa breve storia se non forse che è diventato sempre più difficile vivere il presente, il qui ed ora che sembra rimasto schiacciato sotto il peso delle richieste del quotidiano, tra l’esigenza di rimuovere un passato ingombrante e l’affannoso protendersi verso un futuro che promette e non mantiene quasi mai. Tuttavia,è possibile rivendicare il nostro diritto di stare nel momento, in un difficile punto di equilibrio che potremmo chiamare “presenza”; la possibilità di perderci in pensieri e attività non indirizzate, lasciandoci guidare dai sensi, dalle nostre percezioni corporee, per lasciarci ispirare e provare a godere, di tanto in tanto, della bellezza che ci circonda. Sui benefici di una maggiore centratura nel qui e ora, hanno molto da insegnarci le pratiche orientali della meditazione e la mindfulness ma non mi soffermerò su questi temi che meriterebbero un approfondimento ulteriore.
Come ho già accennato prima, la tecnologia di recente ha contribuito ad avvicinare le persone alla psicoterapia, grazie alla nascita e al moltiplicarsi delle piattaforme online che offrono un nuovo setting per la relazione di cura. Al di là di come si giudichi questa nuova frontiera e le ricadute sulla professione, pare di poter affermare che, complice una maggiore accessibilità e un minore stigma rispetto al passato, le persone si affidano con crescente frequenza e curiosità alla psicoterapia. Mi piace pensare che questo rifletta l’esigenza, mal corrisposta dalla nostra epoca, di uno spazio dove poter riprendere il discorso sul tempo; in particolare sul tempo della psiche e sul tempo dell’anima, due dimensioni che spesso poco si conciliano con le imposizioni delle nostre vite frenetiche. Mi sembra dunque importante poter offrire ai nostri pazienti un contesto relazionale dove si possano di nuovo accogliere la lentezza e la circolarità proprie della vita psichica: un luogo dove poter volgere uno sguardo accogliente al passato, poter immaginare realisticamente e con meno pressioni il futuro, nel tentativo di restituire pienezza e colore al nostro presente.